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Archive for luglio, 2004
musicplasma: motore di ricerca visuale per la musica. C’è ancora poco su cantanti e gruppi italiani.
IV generazione dello iPod di Apple. 100$ di meno a pari capacità di hard disk.
A me, come a molti altri, erano sembrate eccessive le cifre sulle perdite causate dalla pirateria contenute nell’ultimo studio della BSA.
Tramite Techdirt, scopro che la pensa così anche il direttore della ricerca di IDC che ha condotto lo studio per conto della BSA. Dalle sue dichiarazioni riportate dal New York Times, si scopre che la stima di IDC è che il rapporto sia di circa 10 copie non autorizzate per una vendita perduta. Lo studio di IDC calcolava il “valore commerciale delle copie pirata” in 29 miliardi di dollari. Ma quando BSA ha pubblicato lo studio, la definizione era diventata “perdite dovute alla pirateria”.
A queste dichiarazioni, il vice-presidente per l’Enforcement di BSA ha risposto: “Non abbiamo mai detto che ogni copia pirata è una copia non venduta”. Aggiungendo: “Anche se le cifre sono un pochino più basse [a little lower!] di 29 miliardi di dollari, rimane un grosso problema”.
Notare: pochino più basse = 1/10.
Evidentemente, questo atteggiamento verso le cifre ha fatto arrabbiare abbastanza quelli di IDC da mettere a rischio eventuali futuri incarichi da parte di BSA.
Meglio non dimenticare la “scientificità” di questi studi, quando vengono usati per chiedere nuove e più severe misure anti-pirateria.
A quanto pare, su Orkut si è scatenata una guerra tra Americani e Brasiliani.
I Brasiliani hanno adottato Orkut molto più velocemente degli Americani (sono ormai quasi il doppio degli americani), e forse per la prima volta chi parla e scrive solo inglese si trova in minoranza in un importante servizio Internet.
Ora i brasiliani sono quasi il doppio degli americani, e affermano la propria predominanza utilizzando la propria lingua, anche in gruppi di discussione in cui sono presenti persone che non la parlano. A volte, però, arrivano al punto di accusare di xenofobia chi vuole gruppi di discussione in cui si parli solo inglese.
Come notato su 4Banalitatem, a prescindere da questioni di cortesia, e di etichetta, nelle reazione di protesta contro la marea di portoghese che si è riversata su un servizio in inglese, si nota una reazione un pò “provinciale”, nello scoprire che c’è gente che non sa o che non vuole parlare inglese su Internet, e alla quale, magari, non interessa sentuire la prospettiva “straniera”.
Infatti, una delle proteste che si sente è: “Orkut non è un servizio Brasiliano”. Clay Shirky su Many-2-Many dice che non sa neanche da dove cominciare a rispondere a questa frase: “non ha senso presumere che l’inglese rimanga in futuro il linguaggio dominante su Internet siccome lo è stato in passato”.
E si rivede anche un atteggiamento già notato nell’articolo di Samuel Huntington sulla minaccia ispanica agli Stati Uniti. La singola cosa che mi aveva colpito di più era il senso di spaesamento e (quasi) di indignazione, di fronte al fatto che in certe zone degli Stati Uniti chi parla sia spagnolo che inglese fosse un vantaggio rispetto al saper parlare solo inglese, che sapere più lingue permettesse di ottenere lavoro più facilmente o stipendi più alti.
Nell’eterno dibatitto sul tema “I weblog fanno giornalismo ?”, Dave Winer getta un bel sasso nello stagno:
Continuo a sentir dire che i weblog non sono giornalismo. No no no. E’ come dire che il telefono non è giornalismo, o che la videoscrittura non è giornalismo. E’ vero che non tutti i weblog fanno giornalismo. Ma non necessariamente è giornalismo tutto quello che si legge sulle riviste e sui giornali, o che si sente sulla radio o in televisione. Sembra che dobbiamo ripetere questa discussione ogni mese, settimana o giorno ….
Negli Stati Uniti il giudice che ha condotto il processo a Napster ha dato il permesso di procedere ad una causa per violazione del diritto d’autore contro i passati azionisti di controllo di Napster (BMG e Hummer Winblad).
Nello zelo anti-pirata si continuano a commettere azioni che richiederebbero un pò più di riflessione: la pericolosità di ritenere responsabili anche gli azionisti di una società di capitali, oltre che gli amministratori, dovrebbe essere palese a tutti. Anche agli azionisti delle case discografiche che hanno intentato questa causa.
Infatti, alle case discografiche capita piuttosto spesso di essere accusate di violazione del diritto d’autore, di collusione anti-competitiva o di non pagare agli artisti tutte le royalties che loro spettano.
Ma il potenziale effetto boomerang dell’aprire questo vaso di Pandora non è l’aspetto più preoccupante. Una vittoria di UMG e EMI avrebbe un ulteriore effetto raggelante sull’innovazione in tutti i campi dove il digitale incontra i media. Tutti gli imprenditori che volessero cimentarsi nell’innovazione in questi campi dovrebbero convincere potenziali azionisti che la propria idea non è “pericolosa”, che è “innocua”.
Non è con le innovazioni “innocue” che crescono le economie e il benessere.
Ammirevole la scaltrezza imprenditoriale dei fondatori di Webshots, che sono riusciti a vendere due volte la propria società.
La prima volta l’hanno venduta nel 1999, per 82,5 milioni di dollari, a Excite@Home, fornitore di connettività a larga banda che è fallito due anni dopo. Grazie ad una clausola di ri-acquisto, si sono ripresi la società per 2,4 milioni di dollari. Adesso l’hanno venduta a CNET per 70 milioni di dollari (di cui 60 in contanti, per sicurezza).
Come dice Techdirt, viene da chiedersi se anche stavolta c’è una clausola di riacquisto.
Gli eredi Tolkien e Warners Brothers hanno chiesto all’operatore del dominio shiremail.com di smetterla di usarlo e di trasferirlo immediatamente a loro, in quanto la parola Shire (equivalente Inglese di Contea) è stata popolarizzata dai libri di Tolkien e dai film di Warners.
Intanto gli eredi degli antichi Sassoni che hanno inventato la parola Shire più di mille anni fa si stanno mangiando le mani per la imprevidenza dei loro antenati che non ne hanno fatto un marchio registrato, impedendogli così di esigere dagli eredi Tolkien e da Warners quanto loro spetta.
Un ottimo riassunto della provenienza della parola Shire su The Register.
Da News.com la notizia che, improvvisamente, le case discografiche scoprono che i sistemi DRM sono una scocciatura per gli utenti (notizia anche su Punto Informatico).
Il taglio che viene dato alla notizia è quello di una vittoria competitiva di Apple nei confronti di Microsoft. Infatti, si parla dell’album dei Velvet Revoler, che è stato primo in classifica ed era protetto da un sistema DRM particolarmente furbo, quello della SunComm, che aveva minacciato di denunciare un ricercatore per aver scoperto che bastava tenere premuto un tasto durante l’inserimento del CD nel PC per disabilitare la protezione. Il volume delle risate aveva convinto SunComm a desistere.
Tornando alla notizia, pare che la massima parte delle lamentele dei clienti (almeno di quelli che non sapevano quale tasto premere) vertevano sull’impossibilità di trasferire i brani del proprio CD sul proprio iPod.
Infatti, questo CD, come concessione a chi vuole ascoltarlo sul proprio PC o su un lettore portatile, conteneva brani nel formato WMA di Microsoft, che non possono essere ascoltati sull’iPod, che invece utilizza il formato AAC protetto dal sistema FairPlay.
Il compromesso tra le forze del mercato e il desiderio di protezione dell’industria discografica sarà che, probabilmente, i prossimi CD protetti da un sistema DRM malfunzionante conterrano anche brani compatibili con l’iPod, protetti da FairPlay, per il quale Jon Johansen (il ragazzo Norvegese del DeCSS) ha già pubblicato un sistema di aggiramento.
Forse la differenza tra Sisifo e chi produce sistemi DRM sta solo nella comodità dell’ufficio e nei soldi guadagnati …
Bitoogle: il motore di ricerca per Bittorrent (via John Battelle’s Searchblog).
Quanto resterà in piedi ?
Update: qualche mese dopo sembra ancora in piedi, ma BTbot funziona meglio.
L’OECD ha pubblicato uno stralcio sulle reti peer-to-peer (pdf) dello OECD Information Technology Outlook 2004 (da LawMeme).
E’ rinfrescante vedere, dopo tanti studi di parte, un approccio più imparziale allo studio delle reti peer-to-peer e della pirateria.
Il numero di utenti delle reti p2p continua a crescere. Una discesa del numero di utenti americano è più che compensata dalla salita del numero di utenti europei. Inoltre gli utenti stanno migrando da Kazaa (fino all’anno scorso il servizio dominante) ad altri sistemi (eMule, DirectConnect, ecc.).
Il grafico che segue mostra il numero di utenti simultanei delle principali reti p2p (fonte OECD su dati BigChampagne).
Lo studio non comprende gli utenti dei servizi locali in Corea del Sud e Giappone, due dei paesi con maggior numero di utenti broadband.
Per la prima volta il numero di file musicali scende sotto il 50% del totale dei file condivisi sulle reti peer-to-peer. Il grafico che segue mostra la percentuale dei vari tipi di file condivisi nei vari paesi OECD (sempre fonte OECD su dati BigChampagne).
E’ curioso come l’Italia sia seconda solo alla Germania nella percentuale di file non musicali condivisi (moltissimi file video, molti file di “altro” tipo, cioè immagini, software informatico, ecc).
Ultimo dato interessante: negli Stati Uniti c’è meno propensità alla pirateria al crescere del livello di reddito e del livello culturale, mentre in Francia questo non avviene (sarebbe interessante scoprire se è vero anche negli altri paesi Europei).
Update: Dimenticavo. Il rapporto si sofferma anche sugli utilizzi legali delle reti peer-to-peer, non solo sulla pirateria.
Venerdì scorso Yahoo! ha annunciato l’acquisto di Oddpost, forse il miglior servizio di webmail (via Dave Winer).
Oddpost è riuscita a realizzare un clone di Outlook che funziona dentro Internet Explorer usando DHTML e JavaScript. Compresa la funzione di aggregazione RSS e un filtro per le spam molto efficace.
Come osserva Loosely Coupled, Yahoo! ha acquistato Oddpost perchè con l’arrivo di GMail, ila competizione nella webmail si è fatta molto più agguerrita, non solo nelle dimensioni delle caselle (1 GB e più), ma anche e soprattutto nell’interfaccia. GMail ha un interfaccia molto semplice e velocissima.
Grazie a questo acquisto, Yahoo! può rilanciare. Per molti degli utenti più intensivi della rete, posta elettronica e aggregatore RSS sono due delle applicazioni più usate. Avere queste due funzioni accessibili via web offre molti vantaggi (e qualche svantaggio).
Ora Microsoft si trova davanti ad un dilemma: può proseguire sulla sua strada e continuare a “raffinare” Avalon per offrire una piattaforma client sempre più potente, continuando a trascurare lo sviluppo di Internet Explorer, lasciando che sempre più funzioni basilari migrino verso una interfaccia web, e lasciando che i propri servizi web (tipo Hotmail) vengano marginalizzati nel frattempo. Se sceglie invece di competere sulle “applicazioni web ricche”, allora rischia di minare il proprio vantaggio competitivo sul client.
Microsoft ha prosperato sul fatto di offrire prodotti “abbastanza buoni” (good enough) a prezzi inferiori rispetto alla concorrenza. Ora si trova nella posizione opposta: sta scommettendo il suo futuro sull’offrire un prodotto di relativa eccellenza a prezzi superiori rispetto alla concorrenza. Se qualcuno può riuscirci è proprio Microsoft, ma sarà molto interessante vedere questa competizione. Sono sempre più le persone per le quali le applicazioni web stanno diventando “abbastanza buone” da essere usate quotidianamente.
Talmente azzeccato il titolo di questo post di Alex Halavais ripreso da Cesare Lamanna, che lo devo riprendere anch’io: Really Sexy Syndication.
Per tutti coloro che pensano che un nuovo mezzo di comunicazione non è completo se non viene usato in maniera massiccia per convogliare pornografia: non in maniera diretta, ma stanno lavorando per voi.
Il broadcatching si sta diffondendo. Sono ormai disponibili feed RSS categorizzate per genere (episodi TV, musica, ecc) da alcuni dei migliori siti che seguono le reti peer-to-peer (SuprNova, Torrents.co.uk, ecc) Queste feed RSS contengono link diretti (enclosures), che possono essere inviate direttamente a programmi come Azureus o Nucleus, per lo scaricamento automatico in base ai criteri selezionati dall’utente.
Finora niente porno, ma penso non ci sarà da aspettare molto perché siano disponibili Really Sexy Syndication Feeds per tutti i gusti, e perchè gli utenti possano sbizzarrirsi nell’impostazione dei criteri …
Dopo Sun, anche Microsoft ha creato un portale verso i weblog dei propri dipendenti (via The Nanopublishing Weblog).
Complimenti ad entrambe le compagnie. La decisione di lasciar comunicare i dipendenti in maniera più pubblica, più libera e più diretta con il pubblico e con i clienti è molto coraggiosa.
Sarei curioso di conoscere le linee guida per i dipendenti delle due compagnie, e quanti capelli bianchi ha provocato questa decisione in chi si deve occupare delle public relations di entrambe le compagnie (soprattutto a Microsoft).
Una interessante cronistoria della recente vulnerabilità di Mozilla (da Mozillazine).
Impressionante la velocità con cui è stato trovato un rimedio: alle 13.46 del 7/7/2004 la vulnerabilità è stata segnalata nel database dei difetti di Mozilla, alle 18.16 uno sviluppatore aveva già proposto un rimedio. Entro le 19 il rimedio era già stato approvato ed inserito nel deposito CVS di Mozilla.
Entro il pomeriggio del giorno dopo erano disponibili nuove versioni per il pubblico di Mozilla, Firefox e Thunderbird che rimediavano al problema (meno di 24 ore da quando la vulnerabilità era stata resa nota al pubblico). Era anche disponibile una piccola patch da 1 KB che rimediava, per chi non volesse ri-installare l’intero programma.
Intanto, siccome il codice sorgente di Mozilla è aperto al pubblico, è cominciata un opera di analisi per verificare se esistono vulnerabilità analoghe, e per rimediarvi.
Da Punto Informatico. la notizia della costituzione della Commissione Italiana per il DRM da parte del Ministero per l’Innovazione.
Gli obiettivi sono duplici:
- Creare un sistema di Digital Rights Management e di inquadramento legale che protegga gli interessi di produttori e consumatori
- Definire standard di interoperabilità in collaborazione con organismi internazionali
Sono sinceramente in difficoltà nel vedere l’utilità di questo sforzo da parte del ministero.
Da una parte, continuo a credere che i sistemi DRM non funzionino, oltre ad essere dannosi. Inoltre, per poter funzionare necessitano di segretezza, mentre per poter inter-operare richiedono almeno un minimo di apertura.
Dall’altra parte, credo che gli interessi di produttori e consumatori siano in naturale conflitto (come è giusto che sia), e sia quindi difficile proteggere gli interessi di entrambi, soprattutto andando a cercare un “inquadramento legale” per i sistemi DRM. Se il comunicato del Ministero parlasse di trovare “un giusto compromesso” tra gli interessi di produttori e consumatori, sarei più tranquillo.
Ancora sull’inquadramento legale, penso che non sia compito dello Stato fare da gruccia a tecnologie che non funzionano. La duplicazione abusiva di opere dell’ingegno è un reato, come lo è l’accesso abusivo al segnale della Pay-TV. Ma i sistemi di protezione non funzionano bene. Lo Stato non è in grado di perseguire chi commette il reato, quindi si decide di “garantire per legge” il funzionamento dei sistemi DRM e dei decoder della Pay-TV. Ma per farlo non basta un decreto. Allora si passa a rendere illegale non solo l’uso di sistemi per sconfiggere le protezioni, ma anche la creazione e il possesso di questi sistemi. Poi si passa a rendere illegale anche solo la spiegazione di come si possano aggirare le protezioni. Infine, diventa illegale fare riferimento a dove si possano trovare spiegazioni su come aggirare le protezioni. Questa è la strada per l’oscurantismo digitale.
Per fare un esempio, con una mano si scrive una direttiva sul mercato automobilistico che consente di usare officine alternative per fare i tagliandi alla propria auto, per permettere agli automobilisti di spendere di meno. Con l’altra mano si scrivono leggi che permettono alle case automobilistiche di erigere barriere digitali nell’elettronica delle auto, barriere che sono inaccessibili per legge, e che riporteranno la situazione dov’era prima. La stessa cosa sta avvenendo per le cartucce d’inchiostro per le stampanti, per le batterie e i ricambi dei telefonini.
Hai bisogno di proteggere un tuo prodotto o servizio dalla competizione ? Costruisci una bella barriera digitale intorno ad esso, e denuncia chiunque provi a far breccia dentro di essa.
La necessità di proteggere per legge i sistemi DRM parte da una istanza legittima (sviluppare un mercato per i contenuti digitali), ma la sua implementazione lascia troppi spazi aperti all’abuso e alla creazione di comportamenti monopolistici protetti per legge.
Un articolo del Financial Times di oggi (si può trovare qui, richiede abbonamento) parla delle anziane star della musica che presto chiederanno all’Unione Europea maggiore protezione per i propri lavori e i propri portafogli.
Si avvicina il momento in cui, dopo 50 anni, comincerà a scadere il copyright delle prime registrazioni di artisti come i Beatles, i Rolling Stones, Johnny Halliday e molti altri. Nell’Unione Europea, infatti, le registrazioni sonore sono protette per 50 anni, mentre le composizioni musicali, i film o i libri sono protetti per 70 anni.
E’ comprensibile che cantanti e gruppi rock, e l’industria discografica, chiedano una proroga dei diritti per garantirsi una pensione non meno dorata della loro giovinezza. Sono meno comprensibili i motivi per cui gli dovrebbe essere concessa. All’epoca in cui sono state effettuate queste incisioni, la legge garantiva loro una protezione più breve (intorno ai 20 anni, se non sbaglio), quindi hanno già beneficiato di un notevole prolungamento (+150%!).
Un giorno bisognerà decidere una volta per tutte se il diritto d’autore debba essere una proprietà naturale e quindi infinita nel tempo, o debba essere qualcosa che esiste per bilanciare interessi privati ed interessi pubblici e stimolare alla creazione di nuove opere che un giorno (lontano) finiranno nel pubblico dominio.
Io credo nella seconda accezione. Che essa funzioni è dimostrato dal fatto che la maggior protezione non venga neanche chiesta per stimolare la creazione di nuove opere: i brani in questione sono stati registrati quasi cinquant’anni fa. Viene chiesta semplicemente per poter spremere ancora un pò la vita utile di alcune vecchie incisioni. E si parla degli artisti più famosi dell’epoca, non di artisti in genere.
Non importa il fatto che, dopo cinquant’anni, qualcuno potrebbe finalmente prendere vecchie incisioni ormai fuori catalogo e ripubblicarle, riscoprire i nastri di vecchi concerti ormai dimenticati e renderli disponibili su Internet. Non importa il fatto che una estensione del genere sottrarrebbe altre opere al pubblico dominio (quelle incise da più di 50 ma meno di 70 anni, ad esempio). Non importa il fatto che questi artisti non abbiano certo bisogno di una robusta dose di beneficenza. Non importa il fatto che la maggior parte della musica oggi incisa e pubblicizzata con grandi spese sarà dimenticata tra 10, non dico tra 50 anni.
Comunque, per buona misura, la Commissione Europea ha acconsentito a rivedere la direttiva su termini di protezione del 1993, e il Parlamento Europeo esaminerà questo autunno eventuali cambi che verranno proposti.

