Secondo un articolo dell’Independent le case discografiche riescono a prendersi una percentuale del prezzo finale quasi doppia per i brani venduti online rispetto a quelli venduti su CD.
Per un brano venduto da iTunes negli USA per 0,99$, Apple si tiene circa 4 centesimi, la casa discografica si prende 62 centesimi (o anche più), mentre l’editore del brano si prende circa 8 centesimi.
Il fatto di essersi riusciti ad appropriare quasi per intero del calo dei costi di distribuzione è una dimostrazione di forza contrattuale non indifferente.
Ovviamente, questo non è sufficiente per l’industria discografica: si sentono lamentele sulla “morte degli album” (dopo anni di lamentele sulla “morte dei single”), si vedono tentativi di introdurre una price discrimination (solo verso l’alto?) per i brani più popolari o in alternativa di ri-introdurre il bundling (se no come si vendono i filler, quelle canzoni che nessuno vuole ma che riempiono gli album ?).
Chi vende musica online vede i suoi margini ridotti all’osso. A parte Apple, che ha forti sinergie tra iTunes e iPod, le prospettive per gli altri store musicali online sono molto grige. E le prospettive per una genuina concorrenza sui prezzi per la musica online sono ancora più fosche.