Stamattina ho letto Attack mode, un post di Tim Bray sulle possibili conseguenze di attacchi personali via blog.
Parla di una persona che gli sta creando molti problemi, e di quanto fatichi a trattenersi dal fargli un attacco personale via blog per rovinargli la carriera. Inizialmente non ho dato molto peso al blog, poi è stato ripreso da Jeremy Zawodny e da Ludovico di Qix.it, che mi hanno fatto riflettere un pò di più.
Riprendo la traduzione di Ludo:
Supponete che io offra con parole miti l’opinione che nessuno in possesso di un minimo di senno debba pensare ad assumere, a fare affari, o ad avere una relazione con questa persona. Supponete che qualcun altro che condivide le mie opinioni trovi giusto segnalare l’attacco e magari aggiungerci un po’ del suo. Visto come lavorano i motori di ricerca, direi che un attacco di questo tipo sarebbe molto dannoso, e molto duro da superare.
L’attacco via blog sarebbe particolarmente efficace non tanto perchè il blog di Tim ha un grosso numero di lettori, ma perchè in passato tantissimi altri blogger hanno creato link ad esso, dandogli una importanza (forse) spropositata nei motori di ricerca. Un attacco personale via blog sarebbe tanto più efficace quanto più è alto il pagerank del blog nei motori di ricerca (e quanto meno è presente in rete l’obiettivo dell’attacco).
Sono anch’io d’accordo con Jeremy Zawodny che l’uso del blog come strumento di attacco personale è un vaso di Pandora che la cui apertura è molto pericolosa.
E’ invece molto più costruttivo socialmente utilizzare i blog come strumento di disciplina per aziende, politici e mass media: non ci deve essere nessuna esitazione a denunciare comportamenti eticamente o commercialmente scorretti.
Viviamo in un mondo dove i brand sono diventati importantissimi, ma hanno perso parte del loro ruolo, ovvero quello di segnalare la qualità e la correttezza di un azienda, a causa del fatto che i consumatori insoddisfatti non avevano modo di far sentire la loro voce con la stessa forza della pubblicità sui mass media.
Grazie a Google e ai weblog, la voce delle vittime di comportamenti scorretti ha più probabilità di essere sentita: live by the brand, die by the brand.
Se non lo conosci, il lavoro di Ethan tratta di Global Media Attention
http://h2odev.law.harvard.edu/ezuckerman/
E’ molto interessante.
Una interessante immagine, relativa al fatto che le notizie dall’africa non passano neanche nella blogsfera e’ che “”When journalists don’t cover parts of the globe, webloggers are like an amplifier without a guitar - they have no signal to reinforce. There aren’t enough bloggers in eastern Congo to give us a sense for what’s really going on, nor will there be for many years to come” (la trovi a http://www.worldchanging.com/archives/001027.html )
(GAP - the Global Attention Profiles project - tracks the attention that selected news media outlets pay to different nations of the world. A set of automated programs performs 1700 web searches every day to determine what nations news media outlets are paying the most attention to and presents this information in table and map form. GAP also correlates media attention to different development statistics, including national GDP and population. GAP maps of media attention include maps of the relationship between attention and GDP or population.)