Ipse dixit: lo spacchettamento Telecom sarà un grande banco di prova della effettiva indipendenza dei mezzi di informazione nei confronti dei loro grandi inserzionisti.
E’ davvero curiosa la spaventosa amnesia che ha colpito i mass media italiani nel parlare dei risvolti delle decisioni prese ieri dal CDA Telecom Italia.
Come osserva il Financial Times, ancora a marzo 2004 l’AD sosteneva che l’acquisto della metà di TIM non posseduta da Telecom Italia non avrebbe avuto alcun senso dal punto di vista strategico. Per poi cambiare marcia pochi mesi dopo (dicembre 2004). Quello che mi chiederei se fossi azionista di Telecom Italia è: quanto cavolo è costata, in fee agli advisor, alle merchant bank, agli avvocati, ai consulenti e ai notai la OPA su TIM ? E quanto costerà, in fee agli operatori di cui sopra, lo spacchettamento di TIM e dell’ultimo miglio ?
Per non parlare di Telecom come media-company: come pretendere che qualcuno si ricordi che Telecom aveva creato un proprio operatore pay-tv, Stream, a lungo in comprorietà con News Corp, il ventilato partner per la media company che Telecom anela a diventare.
E ora, dopo la convergenza fisso-mobile, la divergenza.
Quello che è sicuro è che, per la salute dell’infrastruttura tecnologica del paese, prima entreranno altri azionisti nella società dell’ultimo miglio, e minore sarà la partecipazione di TI in questa società, meglio sarà: che Telecom Media Company abbia lo sprone ad esplorare tutti i canali per veicolare i propri contenuti (incluso, ad esempio, il Wi-Max,finora frenato), e che Telecom Ultimo Miglio abbia lo sprone ad aprire a pari condizioni i propri cavi a tutti gli operatori che vogliano fornire servizi ai clienti privati e business.
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