Gli amministratori dei siti P2P posti sotto sequestro nei giorni scorsi sono stati denunciati dalla GdF non per l’attività di gestione dei forum, ma per aver condiviso grandi quantità di materiale pirata.
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Cominciano a sentirsi gli effetti della legge Urbani: diversi siti sono stati messi sotto sequestro dalla Guardia di Finanza (es. theblackdragon.italiazip.com, emulemusic.italiazip.com, btiteam.italiazip.com e overnet-italia.italiazip.com).
Questi siti non fornivano materiale da scaricare, bensì fornivano link per poter scaricare materiale da reti come eDonkey e Bittorrent.
E’ chiaro che offrire sul proprio sito materiale protetto da copyright senza avere il permesso dell’autore è illegale secondo le leggi attuali. E se la GdF, su richiesta di una band, sequestra un sito che offre questo servizio, sembrerebbe non ci sia molto da dire.
Se non che, anche questa tattica può essere abusata. Lo è stata, ad esempio, è stata usata dalla Ford, per cercare di zittire il sito Blue Oval News, che aveva scoperto e messo in rete documenti confidenziali Ford che mostravano come la casa costruttrice fosse a conoscenza di difetti in alcune auto, ma che non aveva effettuato un richiamo di quelle auto. Il randello della protezione del diritto d’autore non viene usato solo per scopi “legittimi”, ma anche per mettere a tacere voci critiche, in casi in cui l’interesse del pubblico sarebbe meglio tutelato dal lasciar correre.
Se si permette di mettere a tacere o perseguire legalmente un sito che offre solo collegamenti a materiale protetto da diritto d’autore è l’inizio di una discesa molto inclinata e molto scivolosa. Dove ci si ferma ? Ai link di prima generazione ? A chi offre un link ad un link ? Ai motori di ricerca ? A tutti i programmi che possono essere usati per scaricare materiale protetto, a prescindere dagli usi legali ?
Per evitare abusi o arbitrii, vanno perseguiti i singoli comportamenti illegali, non gli strumenti o i servizi che li rendono possibili.
Secondo uno studio della IFPI (associazione internazionale dei discografici), la pirateria commerciale è sempre in crescita: un disco venduto su tre è falso.
Secondo lo studio, i dischi falsi venduti dai pirati sono stati oltre un miliardo, per un fatturato totale di 4,5 miliardi di dollari.
Questa è la pirateria pericolosa. Questa è la pirateria gestita dal crimine organizzato, dalle fabbriche clandestine, ai furgoncini con i masterizzatori, ai venditori di strada. Non quella delle reti peer-to-peer.
Per questa pirateria sono necessarie le sanzioni penali previste dalla legge. Non per quella delle reti peer-to-peer, per le quali sarebbero sufficienti sanzioni amministrative, o meglio ancora, un regime di licenze obbligatorie …
iMesh, una delle compagnie storiche del peer-to-peer ha patteggiato per 4,1 milioni di dollari una causa intentagli dalla RIAA (l’associazione dell’industria discografica Americana).
iMesh è apparentemente il terzo più popolare sistema di convidisione di file (slyck.com), ma ormai da tempo perde utenti nei confronti di sistemi come eDonkey/eMule e BitTorrent, sia per le maggiori funzionalità offerte da questi, sia perchè accusato di contenere spyware.
L’accordo prevede che iMesh possa continuare ad operare come adesso, in attesa di una nuova piattaforma tecnologica che diventerà operativa durante l’estate.
Uno dei primi segni da parte dei discografici di voler cooptare i sistemi peer-to-peer per creare canali legittimi di distribuzione. Troppo poco e troppo tardi ?
A me, come a molti altri, erano sembrate eccessive le cifre sulle perdite causate dalla pirateria contenute nell’ultimo studio della BSA.
Tramite Techdirt, scopro che la pensa così anche il direttore della ricerca di IDC che ha condotto lo studio per conto della BSA. Dalle sue dichiarazioni riportate dal New York Times, si scopre che la stima di IDC è che il rapporto sia di circa 10 copie non autorizzate per una vendita perduta. Lo studio di IDC calcolava il “valore commerciale delle copie pirata” in 29 miliardi di dollari. Ma quando BSA ha pubblicato lo studio, la definizione era diventata “perdite dovute alla pirateria”.
A queste dichiarazioni, il vice-presidente per l’Enforcement di BSA ha risposto: “Non abbiamo mai detto che ogni copia pirata è una copia non venduta”. Aggiungendo: “Anche se le cifre sono un pochino più basse [a little lower!] di 29 miliardi di dollari, rimane un grosso problema”.
Notare: pochino più basse = 1/10.
Evidentemente, questo atteggiamento verso le cifre ha fatto arrabbiare abbastanza quelli di IDC da mettere a rischio eventuali futuri incarichi da parte di BSA.
Meglio non dimenticare la “scientificità” di questi studi, quando vengono usati per chiedere nuove e più severe misure anti-pirateria.
Bitoogle: il motore di ricerca per Bittorrent (via John Battelle’s Searchblog).
Quanto resterà in piedi ?
Update: qualche mese dopo sembra ancora in piedi, ma BTbot funziona meglio.
L’OECD ha pubblicato uno stralcio sulle reti peer-to-peer (pdf) dello OECD Information Technology Outlook 2004 (da LawMeme).
E’ rinfrescante vedere, dopo tanti studi di parte, un approccio più imparziale allo studio delle reti peer-to-peer e della pirateria.
Il numero di utenti delle reti p2p continua a crescere. Una discesa del numero di utenti americano è più che compensata dalla salita del numero di utenti europei. Inoltre gli utenti stanno migrando da Kazaa (fino all’anno scorso il servizio dominante) ad altri sistemi (eMule, DirectConnect, ecc.).
Il grafico che segue mostra il numero di utenti simultanei delle principali reti p2p (fonte OECD su dati BigChampagne).
Lo studio non comprende gli utenti dei servizi locali in Corea del Sud e Giappone, due dei paesi con maggior numero di utenti broadband.
Per la prima volta il numero di file musicali scende sotto il 50% del totale dei file condivisi sulle reti peer-to-peer. Il grafico che segue mostra la percentuale dei vari tipi di file condivisi nei vari paesi OECD (sempre fonte OECD su dati BigChampagne).
E’ curioso come l’Italia sia seconda solo alla Germania nella percentuale di file non musicali condivisi (moltissimi file video, molti file di “altro” tipo, cioè immagini, software informatico, ecc).
Ultimo dato interessante: negli Stati Uniti c’è meno propensità alla pirateria al crescere del livello di reddito e del livello culturale, mentre in Francia questo non avviene (sarebbe interessante scoprire se è vero anche negli altri paesi Europei).
Update: Dimenticavo. Il rapporto si sofferma anche sugli utilizzi legali delle reti peer-to-peer, non solo sulla pirateria.
Da EuroTelcoBlog la notizia che La Sabam (equivalente Belga della SIAE) ha denunciato Tiscali perchè contribuisce agli atti di violazione del diritto d’autore commessi dai propri utenti. Secondo la Sabam, Tiscali non fa abbastanza sforzi per impedire o deteriorare il download da parte dei propri clienti utenti.
Il lavoro degli ISP è trasportare bit.
Il lavoro delle associazioni degli autori ed editori è scoprire se qualcuno sta causando danni ai propri associati e, se credono, chiedergli i danni o denunciarlo all’autorità giudiziaria.
Chiedere agli ISP di filtrare il traffico è improprio ed inutile. Tutte le aziende che hanno cercato di installare sistemi di filtraggio per impedire il traffico peer-to-peer hanno scoperto che ciò che avviene in risposta è l’adozione di sistemi peer-to-peer che mascherano il traffico in maniera da farlo risultare indistinguibile da quello ordinario.
E’ di nuovo stagione di stime sulla pirateria.
Ora tocca alla Business Software Alliance. Grazie a Punto Informatico, apprendo che la BSA ha appena annunciato l’uscita del 2003 Global Piracy Study, realizzato da IDC.
Lo studio fornisce cifre molto precise sulle perdite causate dalla pirateria del software informatico, sulle perdite per l’erario e sui posti di lavoro che si potrebbero guadagnare riducendo la pirateria. Queste cifre vengono riprese e riportate con molta enfasi sulla stampa.
Ma da dove vengono queste cifre sulle perdite ? Le pagine da 9 a 12 del rapporto descrivono la metodologia seguita. Un indizio viene da pagina 12: IDC parla di “perdite” , non di perdite (il corsivo è mio).
Che differenza c’è tra perdite e “perdite” ?
- Le perdite sono il denaro perso rispetto ad una situazione ideale in cui non esistano copie pirata.
- Le “perdite” sono quelle che si ottengono stimando la quantità di software pirata e calcolando quanto si sarebbe guadagnato se tutte le copie pirata fossero state acquistate a prezzo pieno.
Per fare un esempio, lo studente universitario che ha installato sul proprio PC versioni pirata della Creative Suite di Adobe, di Macromedia Studio e di Autocad ha provocato “perdite” per 5.000 € (o bisogna usare i prezzi educational, in questo caso ?). Per quanto riguarda le perdite effettivamente causate, al lettore la sentenza: posta impossibile la pirateria, lo studente in questione rinuncerebbe a scooter e vacanze estive ed invernali per poter aquistare tutti i pacchetti software in questione ?
Se la risposta è si, allora perdite = “perdite” . Se la risposta è no, c’è un problema con queste cifre.
Mi piacerebbe molto vedere un serio studio econometrico sulle perdite causate dalla pirateria, che analizzi economie con livelli di reddito simile e tassi di pirateria diversa, per verificare le differenze di spesa software pro-capite nelle due situazioni, e avere un indicatore più affidabile delle perdite causate dalla pirateria.
La BSA fa il proprio lavoro, e lo fa anche bene. Ma è una voce di parte. E’ importante rendersene conto. Infatti, da una parte annuncia un piano strategico per affrontare il problema della pirateria le cui parole chiave sono rispetto, fiducia, sicurezza e crescita ed innovazione. Allo stesso tempo chiede che gli Stati Europei vadano avanti sulla strada dei DRM e della protezione anticopia per legge, che porta ad una progressiva perdita di controllo sui proprio computer da parte di cittadini ed aziende.
E’ difficile chiedere maggior rispetto della propria proprietà intellettuale e se si trattano i propri clienti come potenziali criminali.
E’ difficile che il pubblico conceda maggior fiducia quando non se ne mostra verso di esso.
Al pubblico interessa una particolare sicurezza (maggiore sicurezza del software), alla BSA interessa, giustamente, un altra sicurezza (maggiore sicurezza per il fatturato dei propri associati).
E’ difficile ottenere un clima favorevole a crescita ed innovazione quando si invocano leggi che alla fine vanno a colpire i motori della crescita e dell’innovazione della propria industria in passato: la possibilità per chiunque di sperimentare nuovi modi di utilizzare i computer, di spingere all’estremo quello che si può fare con essi, e di inventare nuovi utilizzi per vecchi contenuti.
Non so perchè, ma lo stato attuale della lotta alla pirateria mi fa venire in mente i tempi in cui la medicina non era una scienza, e si credeva che fare un salasso ad un malato (togliergli un bel pò di sangue) potesse aiutarlo anzichè togliergli forze …
Le major del cinema hanno cominciato a mandare ai membri dell’Academy i le copie di valutazione (screeners) dei film per gli Oscar.
Questo è interessante per due motivi. Il primo motivo è che queste copie vengono inviate perchè i membri dell’Academy vanno poco al cinema, quindi per essere sicuri che i film vengano visti, gli vengono inviati dei DVD di valutazione in anteprima. Il secondo motivo è che gli screeners sono molto desiderabili, uno status symbol, quindi i membri dell’academy li prestano ad amici e familiari, che a loro volta li prestano, fino ad arrivare a qualcuno che non si fa problemi a rippare lo screener, codificarlo in divx o simili e immetterlo in rete. Gli screeners sono quindi una delle principali fonti delle copie pirata di DVD che vengono diffuse prima della commercializzazione al pubblico dei DVD.
Il primo motivo spinge gli studios a mandare prima possibile le copie di valutazione e a renderne il più facile possibile la visione. Il secondo motivo spinge gli studios a renderne il più difficile possibile la diffusione. Il primo motivo spinge a trattare il meglio possibile i membri dell’academy. Il secondo motivo spinge a trattarli come tutti gli altri utenti di DVD: potenziali ladri.
L’anno scorso c’era stata una prima decisa virata verso il trattarli come ladri. La MPAA aveva decretato: niente screeners. Salvo poi desistere e permetterne l’invio. Quest’anno c’è stata una seconda virata: nuove tecnologie per prevenire la copia (via Freedom to tinker). Probabilmente ha fatto scuola il caso Caridi, un membro dell’Academy che negli ultimi tre anni aveva passato tutti gli screener ricevuti (60 all’anno) ad una persona che ne vendeva copie via Internet.
Quest’anno, tutte le persone che riceveranno degli screener riceveranno anche uno speciale lettore DVD. Gli screener ricevuti da una persona saranno visibili solo sul suo lettore. I dischi sono criptati con un algoritmo più robusto del CSS usato sui DVD commerciali. In ogni disco sarà anche presente un watermark che permetterà, se necessario, di risalire alla persona da cui è provenuta una copia pirata.
Chissà come saranno felici i membri dell’Accademia, di essere le cavie per il futuro che l’industria cinematografica vorrebbe per tutti: video scomodi da usare, che non si possono prestare o rivendere e che non si possono vedere su un lettore portatile, in macchina o in treno … manca solo l’autodistruzione, come osserva Ernest Miller.
Nella prima metà del 2004 le vendite di CD negli Stati Uniti sono salite del 7%. In particolare, sono esplose le vendite di brani musicali online (oltre due milioni a settimana).
Come fa notare Ernest Miller, per ora non si attribuisce il merito della crescita a nessuno in particolare, e probabilmente si dirà che se non ci fosse stata la pirateria, le vendite sarebbero cresciute ancora di più.
Magari qualcuno sosterrà che il merito è delle migliaia di denunce di uploaders che la RIAA ha presentato negli ultimi mesi, che hanno riportato molti pirati sulla retta via. Potrebbe anche essere, se non fosse che il numero di utenti delle reti pirata, dopo un breve calo, ha continuato ad aumentare, soprattutto portando a migrazioni da Kazaa verso reti più efficaci …
Oppure, dopo anni di calo di vendite, i CD hanno semplicemente cominciato a beneficiare della ripresa economica in ritardo rispetto a DVD e videogiochi …
Via Manteblog, trovo su Punto Informatico la missiva che i rappresentanti degli editori e delle industrie discografiche e cinematografiche hanno inviato al Senato, dove sono in esame le modifiche alla Legge Urbani.
La missiva ribadisce tutte le posizioni massimaliste sul diritto d’autore. Note mie in corsivo.
La galera è solo per chi pone in convidisione opere in rete, non per chi scarica solamente;
Si ignora ad arte il fatto che la distinzione cade completamente per tutti i sistemi peer-to-peer moderni (eDonkey, BitTorrent, ecc.), dove lo scaricamento di un file avviene per parti, e le parti complete vengono immediatamente ed automaticamente condivise …Non si deve modificare la locuzione “per trarne profitto” con “a scopo di lucro”;
Di nuovo, si finge di ignorare le caratteristiche dei moderni sistemi peer-to-peer, dove la condivisione viene premiata con algoritmi del tipo “chi più carica, più scarica”. L’intento è quello di interpretare l’atto di inviare parti di file come un “trarne profitto”, in quanto avvantaggia nello scaricamento. In questa maniera si possono allargare il più; possibile le maglie della criminalizzazione ..Il semplice download viene punito con le sanzioni amministrative già previste;
Questo è il punto su cui maggiormente l’industria mostra la sua mancanza di buona fede: le reti peer-to-peer sono completamente trasparenti, a parte eccezioni marginalissime come FreeNet. Se proprio si vuole andare sulle sanzioni, non ci vuole nulla a monitorare in maniera automatica e massiccia le reti p2p, ad individuare gli indirizzi IP di chi pone in condivisione le opere e andare a chiedere un pò di multe. Anche qualche centinaia o poche migliaia di euro sono sufficienti.Se lo scambiarsi file in rete fosse consentito per legge come esercizio dell’eccezione di copia o prassi tollerata, non si creerebbe mai un mercato legale;
Anche qui si nasconde sotto affermazioni discutibile l’interesse dell’industria a mantenere lo status quo. Già in altri casi esiste il compenso per la copia privata. Se è la mancanza del compenso il problema, imponiamo un compenso per la copia su Internet, e vediamo quali mezzi di distribuzione gli utenti della rete sceglieranno. Se però viene imposto un compenso per la copia privata, questo atto va legalizzato, o quantomeno decriminalizzato, visto che attualmente il compenso sui supporti è strutturato in maniera da far pagare un diritto che diventa progressivamente impossibile da esercitare a causa della forza di legge che viene data alle protezioni anti-copia, e alle severe pene per chi le aggira.
Comprendo il problema dell’industria, che si trova a combattere un comportamento molto popolare (più Italiani usano le reti peer-to-peer di quanti abbiano votato il Presidente del Consiglio alle elezioni Europee).
Tecnicamente, sarebbe possibile comminare sanzioni proporzionate alla gravità del reato (alcune centinaia di euro per infrazione), ma per funzione di deterrenza bisognerebbe colpire moltissimi pirati, ma una campagna del genere è apparentemente impraticabile, per l’impopolarità che causerebbe. Allora si chiede al legislatore, che non è disposto a consentire la risposta proporzionata al fenomeno, di dare un contributo simbolico alla lotta alla pirateria: rendere la copia di un opera in rete penalmente gravissima. Tutto questo mentre comportamente socialmente più gravi (evasione fiscale, abusi edilizi, falsi in bilancio) vengono progressivamente de-penalizzati o regolarmente condonati.
Forse, bisognerebbe configurare un regime di licenze obbligatorie per le copie in rete come un concordato preventivo, e ci sarebbero maggiori speranze di trovare un compromesso equilibrato al problema di ricompensare gli artisti senza frenare lo sviluppo della rete e delle nuove tecnologie.

