Sono allibito. Sbigottito. Tutte le dichiarazioni dei redditi di tutti del 2006 di tutti gli italiani online ?!?!?Voglio davvero sapere chi è il responsabile di questo scempio della privacy. via
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La Legge di Ferro delle istituzioni: le persone che controllano una istituzione hanno a cuore sopra di tutto il loro potere all’interno dell’istituzione piuttosto che il potere dell’istituzione stessa. Quindi, preferiscono che l’istituzione fallisca mentre loro rimangono al potere piuttosto che l’istituzione abbia successo se questo comporta una loro perdita di potere all’interno dell’istituzione.
Come osserva David Isenberg, la “legge” è semplicistica ma l’idea è valida: in nostro paese è un esempio lampante di questa legge in azione. Meglio conservare il potere su un paese in decadimento che allentare gli artigli e lasciare che il paese rifiorisca.
Leggo su Il Sole 24 Ore di sabato il pensiero del CUP (la onlus che si occupa di proteggere le libere professioni dagli orrori della concorrenza) riguardo a ciò che separa i professionisti dagli imprenditori:
Un professionista lavora non solo con l’intelletto ma anche con la conoscenza: in nessun caso può essere equiparato all’imprenditore
Imprenditori che, come è noto, lavorano in genere con la stupidità e l’ignoranza e immagino debbano un eventuale loro successo a puro culo.
Bah.
Cosa dire dell’articolo del Corriere sull’esperimento dei Radiohead ? Posso solo dire che sembra scritto dall’ufficio PR di una casa discografica per mettere nella luce più negativa possibile l’esperimento di distribuzione gratuita con donazioni volontarie.
I fatti: il nuovo album dei Radiohead, In Rainbows, liberamente scaricabile in formato MP3, lasciando libero chi scaricava di effettuare una donazione tra 0 e 100 $ (o £ o €); esce uno studio di comScore che dice che “solo” il 40% di chi ha scaricato l’album ha effettuato una donazione; l’articolo del corriere definisce l’esperimento “un fallimento… un duro colpo”.
Fallimento ? Maddeche ?!? Il 40% delle persone ha pagato una media di 6$ per qualcosa che era disponibile gratuitamente. Nono conosco il rapporto tra copie pirata e copie vendute di un nuovo che ci si può aspettare per una band tipo i Radiohead, ma mi stupirei se fosse molto più favorevole di 60:40… Senza contare che, nel caso del CD, i retailer e la casa discografica si sarebbero trattenuti una rispettabile fetta del prezzo di copertina.
Quindi: meglio il 100% dei 6 dollari ricavati tramite le donazioni o, che so, il 10% dei 12 dollari ricavati tramite le vendite dei CD ?
Penso che i Radiohead, e molti altri come loro, abbiano ora qualche dato in più per dare la loro risposta.
PS: anche Stefano Quintarelli ha molto da dire riguardo all’articolo del Corriere.
Ma che strano: nessuno, ma proprio nessuno, vuole la sòla Alitalia. Non il principale concorrente (nonostante la possibilità di monopolio sulla Linate-Fiumicino), non i russi, non i fondi di private equity.
Sono sicuro che la situazione marcescente dei conti, le relazioni sindacali incancrenite e il rischio di trovarsi al collo l’albatros di strapagati e illicenziabili dipendenti non abbiano nulla a che fare con il fuggi-fuggi dei pretendenti.
E intanto, il ministro dei trasporti, Bianchi, se ne esce con un risibile “”L’importante comunque è che Alitalia non sia svenduta”. Ma come si fa a svendere un carrozzone che perde quasi due milioni di euro al giorno ?!?!
Continuo a pensare che sia da seguire l’esempio di Swissair. Libri in tribunale e azzerare tutto. E basta far pagare a viaggiatori e contribuenti il dissesto creato da decenni di collusione tra politica e sindacati nella malagestione della “compagnia di bandiera”. O compagnia che infanga la bandiera, come esemplifica l’inglese “ALITALIA Always Late In Take-off, Always Late In Arrival”.
“Two wrongs don’t make a right” dicono gli americani. Mai come in questo caso, con la censura usata a protezione dei monopoli di stato sul gioco d’azzardo (”la tassa su chi non capisce la statistica”).
Possiamo dirlo ? Ci siamo proprio rotti i coglioni. Soprattutto dell’ipocrisia di chi protegge il suo orticello in rete e tollera evasioni fiscali per 98 miliardi di euro nei bar e negli esercizi pubblici.
Nel giorno in cui Emma Bonino rimette il suo mandato al presidente del consiglio per “incompatibilità” con le follie che circolano da sinistra sulle pensioni, Gustavo Selva ritira le sue dimissioni “perchè la gente glielo chiedo”. Sarei proprio curioso di conoscere chi sia questa “gente” che chiede al “simpatico” senatore di restare, dopo essersi abbassato a fingere un malore per scroccare un passaggio in ambulanza e poi insultare gli operatori dell’ambulanza.
Un bello scambio, non c’è che dire. Simbolo dell’Italia moderna, dove, per dirla con W.B. Yeats, “I migliori hanno perso ogni fede, e i peggiori si gonfiano d’ardore appassionato.”
Il tesoriere dei DS Lamberto Sposetti, a proposito delle polemiche intercettazioni telefoniche:
Ma con chi dovremmo parlare? Con chi dovrei parlare, io? Con gli straccioni?
Certo che no. Immagino che cercare di parlare con persone oneste sia troppo faticoso e infruttuoso per il tesoriere di un partito moderno…
Via | Corriere.it
L’eterna storia delle liberalizzazioni in Italia. La corporazione interessata porta qualche migliaia di persone in piazza, fa la voce grossa e immediatamente il governo promette di annacquare il provvedimento interessato. La morale: “pensavamo di avere trovato le palle, ma ci siamo accorti che erano quelle di qualcun altro”.
Eppoi, che ci azzecca un governo di sinistra che si prosterna ad una corporazione dominata dal taxismo fascista romano ?
E’ a questo che serve il canone RAI ?
Tenere occupati con aspiranti attricette i divani di politici, direttori generali e direttori di rete.
Consigliata l’obiezione fiscale.
Tra ieri ed oggi, la lettura dei giornali mi ha fatto montare una rabbia come non me ne capitavano da tempo.
Candidati alle elezioni che (forse! ricordiamoci la presunzione d’innocenza!) pagavano investigatori privati, servitori infedeli dello stato e dell’industria privata per violare la privacy dei concorrenti politici e boicottare in ogni modo le loro candidature.
Agenti della guardia di finanza pagati per scoprire tutto sulla situazione economica dei rivali. All’interno di un grande gestore telefonico l’interfaccia dei criminali era addirittura la stessa persona che faceva da interfaccia con la magistratura per le intercettazioni. Alla faccia del doppiolavoro!
Dal Corriere: sapere dove una persona tiene un conto bancario costa una miseria. Sapere i movimenti bancari costa 600 €. Conoscere i tabulati telefonici di una persona costa 1.500 €!
Leggi su leggi attivano mostruose memorie di elefante nello stato e nell’industria privata che assorbono e “ritengono” informazioni su tutte le nostre azioni e le nostre relazioni, su cosa spendiamo, dove lo spendiamo, dove passiamo in autostrada, quali vie delle città percorriamo. Tutto in nome di una teorica protezione da indefinite.
E un sistema di garanzie che è di fatto un colabrodo lascia l’amaro dubbio: i benefici sono del tutto ipotetici, i malanni sono un dato di fatto, fin troppo reali.
Se quanto gli investigatori hanno scoperto verrà confermato, c’è da chiedersi: se uno, quando è candidato, paga investigatori privati, finanzieri e dipendenti della TIM per cercare di scoprire e creare fango sugli avversari, cosa potrà fare quando è, per ipotesi, ministro della sanità ? Quale burocrate sarà disposto ad opporsi al suo ministro se vorrà dati sensibili su qualche avversario ? E un burocrate senza scrupoli in cerca di avanzamento, cosa sarà disposto a fare, in un ambiente morale del genere ?
Oh si, sono piuttosto stufo di questa sorveglianza a senso unico. Se ha da essere panopticon, chi è in posizioni di responsabilità deve essere nel panopticon con la platea più grande. Servitori dello stato, forze dell’ordine, deputati, ministri, presidenti, tutti dovrebbero essere tenuti ad uno standard di trasparenza molto maggiore rispetto ai privati cittadini. Forse aveva ragione David Brin: la privacy è ormai solo una pia illusione, da dimenticare, e alla “società della sorveglianza” è meglio preferire la “società trasparente”.
Se il mio tabulato telefonico costa 1.500 €, quanto deve costare quello di un ministro ? Se sull’elenco delle mie operazioni bancarie c’è una trasparenza “de facto” (ottenerlo costa 600€!), con che faccia certi “rappresentanti del popolo”, pagati profumatamente per esserlo, si oppongono a che si faccia completa trasparenza sui loro movimenti bancari ?
Direi che
è l’emoticon più appropriato per commentare il brevetto su
Per pietà, di quante altre prove c’è bisogno prima di accettare il fatto che l’attuale sistema per brevetti sembra pensato per premiare gli avvocati che si occupano di IP (intellectual property) e gli IP-Squatter (o aspiranti tali).
E come non definire IP-Squatter un azienda (Cingular) che ha la faccia tosta di brevettare una combinazione di due simboli di punteggiatura in uso da anni in tutto il mondo.
E come non definire incompetente l’esaminatore che non ha riso per mezz’ora prima di stracciare la domanda di brevetto.
Improvvisamente il mondo sembra un po’ più stupido.
Si sente spesso parlare dell’importanza di banche legate al territorio. Idealmente, dovrebbero essere banche al servizio del territorio, che ne conoscano le realtà produttive e gli imprenditori, che investano al meglio la ricchezza del territorio per crearne altra.
La realtà, in Italia, è quella del territorio al servizio della banca.
E, visto che siamo in territorio di Grana Padano, la Popolare di Lodi mungeva il territorio per arricchire persone interne alla banca. E, paradosso, per mantenere salda la presa della banca sul territorio, la BPL cercava anche di comprarsi un candidato sindaco: la Casa delle Libertà doveva decidere quale tra due ex-dirigenti della banca presentare, e la Banca (pare, si dice) si è “comprata” la candidatura dell’ex-dirigente più “amico” …
Quindi. Agli onorevoli di destra e di sinistra che si dicono preoccupati del fatto che la magistratura sta invadendo un campo che non avrebbe dovuto invadere, quello delle acquisizioni bancarie, viene da chiedere: e perchè non dovrebbe la magistratura intervenire in un campo minato di mazzette, autorizzazioni pilotate e manovre politiche dietro le quinte ? Perchè agli onorevoli di cui sopra farebbe comodo poter continuare a pilotare e manovrare ? Ma per favore …. qualcuno in Forza Italia dice: “non è possibile che i magistrati si mettano a fare i banchieri”. Ah si, molto meglio che banchieri alla Fiorani e Fazio e il loro contorno di finanzieri d’assalto continuino a fare il loro lavoro … In fondo, ci può sempre scappare qualche donativo.
Il 16 dicembre 2005 sarà un giorno di straordinaria importanza per Internet e per la politica italiana.
L’evento si chiama “ELEZIONI E INTERNET: CONVERGENZE PARALLELE ?”, e verrà presentata una ricerca su “Le nuove forme di comunicazione e partecipazione politica on line”.
I miei 0,02 € sul tema delle “nuove forme di comunicazione e partecipazione politica on line” (in breve NFCPPOL). Si danno due alternative:
- le NFCPPOL faranno un mazzo tale alla classe politica attuale che tra quarant’anni lo ricorderemo con una lacrimuccia di commozione sul volto e un sorriso sulle labbra;
- tramite cooptazione ed intimidazione le NFCPPOL verrano asservite al mantenimento dello status quo, e allora ricorderemo questo periodo con una lacrimuccia di rimpianto sul volto e un nodo di rabbia che contorce le budella.
E, posso dirlo ? Un evento che ha tra gli invitati il presidente della commissione di vigilanza RAI, colui che simboleggia il mantenimento dell’attuale stato nel broadcaster pubblico, e il responsabile della comunicazione di forza Italia non mi sembra il forum adatto per cominciare il percorso verso l’obiettivo 1.
Ad essere sincero, non me ne frega un cazzo delle “convergenze parallele tra Internet ed Elezioni”. Mi interessa sapere del “massiccio impatto di Internet sulle elezioni“. Mi interessa sapere dello “scontro frontale tra il vecchio modo di fare propaganda elettorale e il nuovo modo di difendersi dalla propaganda“.
Mi interessa sapere come gli individui possono usare Internet per influenzare la politica. Non viceversa.
Mi interessa sapere come rendere irrilevanti i TG & i quotidiani addomesticati, non come addomesticare i blog e i telefonini.
Preferisco sentir parlare di Internet & Politica chi riceve lettere minatorie e denunce per diffamazione dai potenti per quello che scrive su Internet, non i blogger invitati in parlamento.
Chissà, magari si potrebbe incominciare con una serie di eventi grass-roots nei quali spiegare ai cittadini come prendere il controllo dei nuovi mezzi di comunicazione. Insegnare, a partire dal piccolo e dal locale, a dare una rinfrescata ai concetti di libertà di stampa e di espressione.
L’uso di una piattaforma blog per attività micro-editoriali for-profit viene convenzionalmente chiamato “nanopublishing”.
Manca una definizione per il blogging esercitato per il solitario e peccaminoso piacere di scrivere pensieri velenosi per poi godersi le reazioni altrui.
Con una semplice inversione delle prime quattro lettere, da nano-publishing si ottiene onan-publishing.
Una definizione alternativa potrebbe essere “one-handed blogging”.
Per un esempio e una definizione ricorsiva di one-handed blogging, vedere qui.
Questo blog è tornato ad essere una valvola di sfogo. Il meglio del blogging: poter trasformare la “great conversation” in una “giant flamewar”.
E come farne a meno, quando si leggono cose di questo tipo, che in parte è una risposta al post sui nani fastidiosi:
… ciò che del nanopublishing puzza di marcio da “new economy” è questo clima di ingiustificata esaltazione generale, di corsa all’oro. Per la legge dei grandi numeri un blog su mille - toh, facciamo due - può diventare un caso editoriale e una gallina dalle uova d’oro tanto da attirare investimenti pubblicitari o, addirittura, essere acquistato.
Parto dalla constatazione che la “giant flamewar”, e il conseguente doversi bardare di amianto e di pelo sullo stomaco, deriva principalmente dal partire da definizioni divergenti di Nanopublishing. A me piace (abbastanza) quella della Wikipedia:
Nanopublishing è un modello di editoria online che utilizza una struttura minima e poco costosa per raggiungere una audience specifica
Non ho miglior consiglio per chi sente puzza di marcio da new economy, se non quello di restare lì, seduto in riva al fiume, in attesa che passino i cadaveri dei nanopublisher che non ce l’hanno fatta, per godersi poi il grande piacere del poter dire “l’avevo detto”.
Per quanto ci riguarda, preferiamo il piacere di contribuire a costruire qualcosa che cambi il panorama stantio dei media in Italia. Temo che il clima da corsa all’oro non rientri nelle considerazioni. Siamo partiti a novembre scorso, prima che di oro ci fosse anche solo l’odore. Credevamo e crediamo fermamente che la componente critica del nanopublishing sia la “struttura minima e poco costosa”. E infatti i soci di Blogo non sono solo dei parassiti sanguisuga, che campano del lavoro dei blogger. Hanno dei day-jobs, e faticano ogni giorno a fianco ai blogger.
Due cose ci interessano: far crescere il traffico e le inserzioni. L’obiettivo è arrivare ad avere un business sostenibile che possa ricompensare adeguatamente i blogger. La crescita organica è più che sufficiente, grazie. Siamo però sempre alla ricerca di nuovi e bravi blogger, sempre che non siano insospettiti dalla mancanza di puzza di marcio da New Economy. Chissà, potrebbero essere attratti dal concretissimo fatto che Blogo offre condizioni più vantaggiose rispetto alla concorrenza (la differenza tra “fino al 50%” e “almeno il 50%”).
Blogo.it si ritiene comunque molto fortunato ad avere diversi blog 1/1.000 (secondo la definizione di Macchianera): Autoblog.it, Motoblog.it, Deluxeblog.it, TVBlog.it, Cineblog.it, Downloadblog.it e Gadgetblog.it. Tutti hanno ricevuto investimenti pubblicitari diretti. I primi tre anche una sponsorizzazione dell’intero blog. Per non parlare delle campagne pubblicitarie “run of the network”.
Intanto ne approfitto per ringraziare i lettori di Autoblog.it, che ci hanno permesso di superare il traguardo del milione di pagine viste in un mese a Novembre, e quelli di TVBlog, che ci si stanno avvicinando a grandi passi.
Una considerazione finale per chi pensa che in rete tutto sia già stato detto e fatto, che le pagine individuali su Geocities siano uguali ai blog, che il nanopublishismo sia uguale al portalismo: L’aforisma sulla storia che si ripete sempre, prima come tragedia, poi come farsa, non è una verità universale ed eterna. A volte, i precursori fanno le cazzate, e chi segue impara.
Quando leggo cose di questo tipo mi ribolle il sangue:
Gestire un blog è impegnativo: servono stimoli, serve voglia. E la voglia (escludendo il primo naturale periodo di eccitazione) non può essere data dalla retribuzione, per un semplice motivo: che quel prodotto è nato non perché bello, non perché studiato o fortemente voluto, ma perché era “vendibile”. Quel blog non ha una storia di post scritti tra il sonno e il letto, o tra la scrivania e la pausa pranzo; non ha quattro anni di lotte con i troll e piccoli scandali, e grandi rivelazioni; non ha uno o più autori che sentono il marchio come “proprio”.
Macheccazzo. Elitismo da blogger d’antan. Ogni volta che comincia la commercializzazione di un nuovo mezzo di comunicazione, si levano le voci dei profeti nel deserto, che lamentano la presenza di mercanti nel tempio, la creazione di boutique dove una volta c’era un bazaar, il riarrangiare gli altarini di cricche auto-referenziali.
Questo blog è stato studiato, è stato fortemente voluto, ha una storia di post scritti tra il sonno e il letto, con sessioni di Skype alle 3 di notte, in pigiama e in accapatoio, al mare, in ufficio e a casa, con lo sfondo delle giustificatissime proteste della moglie. Se vanta solo un anno di lotte con troll e manca di piccoli scandali, non manca certo di cortesi lettere dagli uffici legali/uffici stampa che chiedono togliete questo, togliete quello, non potete dire quest’altro.
Il nanopublishing non è una bolla. Non siamo qui per i 25 milioni di $ di Calacanis. Abbiamo cominciato un anno fa, perchè crediamo che si possa far crescere un business sostenibile, aiutando i blogger a scrivere di ciò di cui sono appassionati.
Immagino che le aziende e le agenzie che hanno scelto di fare campagne su Blogo non sapessero che i numeri erano sconfortanti per loro. Dovevano essere nel periodo maniaco del ciclo maniaco-depressivo. Immagino che sia difficile accettare che ci sia qualcuno in Italia che sia disposto a sperimentare e a scommettere anche sui piccoli numeri. Se ci sono 1.000 nicchie nel mercato editoriale tradizionale, ci sono 1.0002 nicchie nel nanopublishing. C’è posto per Blogo, c’è posto per Blogcenter, c’è posto per Blogosfere. Alcuni ci guadagneranno (magari molto, se verrannon acquisiti), alcuni avranno buttato via del tempo, alcuni verranno assunti da aziende editoriali grazie all’esperienza. La differenza con Bubble 1.0 ? Nessuno è andato in giro per banche e venture capitalists a chiedere decine di milioni di €.
Ringrazio Mantellini per avere scritto alcune tra le (poche) parole sensate sull’argomento:
Se i nanocomunicatori saranno piacevoli, collegati, aggiornati ed intelligenti li leggeremo. Se no, pazienza.
Chiudo, scusandomi con il Mahatma Ghandi per l’ennesimo abuso di una sua bellissima frase: “Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono e poi vinci”.